Farmaco veterinario e quote latte, si ripropone la stessa storia

900px-Drink-Milk-Without-Getting-Sick-Step-1Bullet1Vincolare il farmaco veterinario ai vantaggi del mercato potrebbe creare problemi rilevanti in un’Europa che gestisce farmaci/animali/farmacie/veterinari in modo diverso.
L’Italia è il Paese che prevede una professione veterinaria essenzialmente non ammessa alla vendita diretta dei farmaci, ma obbligata alla ricetta ed al ricorso alle farmacie.
La normativa è quindi molto diversa in Stati dove le cure per animali sono parte del servizio delle strutture zooiatriche; lì appare evidente che è opportuna una distinzione tra il medicinale che può utilizzare e cedere il medico veterinario, e quello umano. “Mercati” da mantenere separati.

Dovremmo dunque partire da principi diversi, in base a chi somministra agli animali e cede ai proprietari.
In Italia il medico veterinario si trova da una parte nella necessità di utilizzare farmaci che garantiscano determinati “tempi di sospensione”, evitando residui in alimenti e dall’altra nell’opportunità di ricorrere a terapie più efficaci in animali da compagnia, dove spesso le soluzioni più moderne e recenti non sono ancora disponibili in veterinaria (discorso a parte per gli antibiotici il cui ricorso per gli animali va attentamente programmato per evitare eventuali possibilità di futura resistenza da parte degli agenti patogeni).

L’interesse del sistema produttivo «obbligare sempre e comunque al farmaco veterinario», non è automaticamente un interesse di veterinari e proprietari, ma nemmeno dello Stato e delle Amministrazioni, specialmente quando una nazione ha un particolare bisogno di interventi in animali da compagnia a carico della spesa pubblica, come avviene nel gigantesco mercato del randagismo e dei canili.

La proposta di SIVeLP non è di ostacolare il farmaco veterinario, ma di permettere ai veterinari di scegliere la terapia migliore, meno costosa o più facile da procurare, sia essa ad uso veterinario o umano. Terapie migliori perché in certi casi emergono nuove soluzioni non ancora disponibili per gli animali. Meno costose perché molti principi attivi identici sono disponibili ad uso umano a prezzi molto minori. Facili da procurare perché spesso il farmaco veterinario è distribuito con maggiore lentezza (fatta eccezione per le grandi città e aree più facili da servire) o anche per l’assenza di qualsiasi obbligo di garantire determinati articoli da parte di aziende che -legittimamente- smettono di vendere ciò che ha un piccolo mercato e dunque rende poco, in veterinaria.

Per certi versi sembra di ripercorrere la strada dei lontani anni ottanta, quando l’Europa stabilì regole per la produzione di latte: le cosiddette “quote latte”. Le richieste agli allevatori di dichiarare le quote furono spesso deviate dalle stesse associazioni, che invocarono “prudenza” sui numeri veri, per evitare tassazione o per altre motivazioni ancora proposte alla magistratura, dopo che la quantità di latte in Italia è stata pesantemente falcidiata nei successivi decenni.
Come certe associazioni di allora, anche oggi sentiamo consigli simili erogati ai veterinari da soggetti che non comprendono la serietà di un regolamento UE.

C’è chi scrive che al veterinario sarà superabile la normativa che vincola al farmaco veterinario, semplicemente cambiando il nome della patologia (non scritto nel bugiardino), ricorrendo ad altre piccole furbizie e astuzie, o con la certezza dell’impunibilità di strutture strettamente legate alla pubblica amministrazione.

L’Europa non andò a tassare il singolo allevatore che produceva più latte di quello dichiarato nelle quote, ma punì lo Stato e quindi tutta la collettività e da qui si riaprì il ricorso ai singoli soggetti. Sono stati trent’anni di battaglie e difficoltà, con il risultato di un sistema economico in buona parte demolito.
Non ci si rende conto che è improbabile un Europa che basi i controlli sul singolo professionista.
Ragionevolmente la UE valuterebbe quanti farmaci non sarebbero stati quelli previsti dalla legge, sanzionando nazioni fuori dal regolamento approvato. Poca strada dunque per fantascientifici aggiramenti, ma seri problemi in una Nazione già in difficoltà con la spesa pubblica, anche per la pazzesca gestione di animali non ufficialmente di proprietà e a carico delle amministrazioni locali.

Gli errori sulle “quote latte” che hanno danneggiato pesantemente un intero apparato, non sono stati tempestivamente attribuiti a chi aveva fatto accettare delle scelte ben poco razionali. Oggi invece i nomi di chi promuove questo genere di possibile caos sarebbero più facili da evidenziare e responsabilizzare a tutti i livelli, pur apparendo lento il meccanismo dell’Europa in questa direzione.

Ci sono anche altri membri della UE che non accettano la creazione a priori di un farmaco “umano” e “veterinario”. Forse trovano paradossale distinguere una specie (quella “umana”), da 8,7 milioni di altre specie (numero stimato) qualificate come “animali”. Speriamo che un sistema non di rado accusato di burocrazia, possa evitare di creare nuove complicazioni in un settore, quello degli animali da compagnia, dove non parrebbe così strategica l’uniformazione.

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