Circo e veterinari: una presa di posizione

Circo. In questi giorni la veterinaria discute: non di alternanza, pare. Sono state prese delle posizioni che, forse, avrebbero meritato almeno un referendum di categoria. L’ufficialità richiede attenzione e la bocciatura di un settore non è uno scherzetto da nulla, se espressa lontano da posizioni scientifiche serie e coerenti. La nostra professione è di fatto poco connessa alla vita reale dei selvatici. Curiamo prettamente animali da compagnia e da reddito (a questo punto a rischio di prossimi passi!). Talvolta non riflettiamo su concetti ambientali di terapie da aree urbane o non percezione della difficoltà a sopravvivere per patologie, parassiti, difficoltà legate al territorio o all’alimentazione, vita media spesso dimezzata…
Veterinaria sarebbe Medicina e Medicina una Scienza!
Angelo Troi – SIVeLP

Ecco il documento dei Colleghi.


Il benessere degli animali presenti nei circhi può e deve essere misurato attraverso la valutazione di parametri metabolici e attraverso l’osservazione degli animali, che deve essere eseguita in maniera oggettiva e con i giusti tempi, per lunghi periodi e nei diversi momenti della giornata. La valutazione non può essere falsata da credo o ideologie personali. Chi effettua tali valutazioni deve
avere le giuste competenze. In animali che hanno alle spalle 10 generazioni di cattività, la relazione e l’interazione con l’uomo risultano essere, oltre che un arricchimento ambientale, anche un legame affettivo. La separazione da questo legame porta a conseguenze gravissime, come si può vedere in numerosi animali sequestrati ai proprietari in buone condizioni di salute e di benessere e portati nei Centri di recupero, dove subiscono un grave crollo fisico e psicologico.

Numerosi sono gli studi compiuti in Italia e nel mondo negli ultimi 30 anni circa. Fra questi, Elizabeth Marshall Thomas, antropologa ed etologa statunitense, considerata fra le autrici più sensibili e attente al mondo degli animali; Marthe Kiley–Worthington, etologo ed esperto di problemi del benessere animale (incaricato alla fine degli anni ’80 proprio dalle associazioni animaliste di condurre uno studio sul campo presso i principali circhi britannici, dopo 3000 ore di osservazione concluse che, in complesso, lo stato di benessere fisico e psicologico degli animali da lui osservati era da considerarsi positivo); prof. Hanner Sagesser (direttore del Parco zoologico di Berna); Thomas Althauss, etologo dell’università di Berna; per arrivare agli studi recenti (in fase di pubblicazione) compiuti dal Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Sassari, che ha
effettuato la valutazione metabolica e comportamentale su 3 canguri, 1 renna, 17 lama, 11 dromedari, 10 leoni, 72 cavalli, 1 bisonte, 2 giraffe, 6 elefanti, 14 bovini, 2 emu, 2 struzzi, 14 tigri, 6 asini e 3 cammelli, presenti in alcuni circhi italiani, evidenziando un buono stato di salute e di benessere di questi animali.

E’ del tutto evidente che se gli animali fossero in uno stato di stress cronico e quindi di malessere, avrebbero come conseguenza una ridotta durata della vita, legata ad un insieme di variazioni metaboliche, una ridotta difesa dalle malattie, un ridotto accrescimento negli animali giovani, un ridotto numero delle nascite. Nei circhi tutto ciò non è stato osservato, anzi il numero degli animali anziani è elevato, così come il numero delle nascite. Spesso tali alterazioni si sono invece notate dopo alcuni sequestri.

I grandi felini si riproducono facilmente in circhi e zoo dagli anni ’70, se non prima. Calcoliamo quindi 40-50 anni. Un leone o una tigre femmina iniziano a riprodursi intorno ai 4 anni, per cui possiamo già considerare 10-12 generazioni di nascite in cattività, con una certa selezione che inevitabilmente è stata effettuata scegliendo di accoppiare soggetti più docili e più disponibili al rapporto con l’uomo. Dieci generazioni sono un numero già sufficiente per individuare i primi
cambiamenti fisici e comportamentali.

Belyaev, scienziato russo, effettuando studi sulla domesticazione delle volpi, stabilì che alla decima generazione nata in cattività il 20% dei soggetti potevano considerarsi domestici. In tempi recenti è stata effettuata la domesticazione di specie quali struzzi, bisonti, cervi, daini e il furetto come animale da compagnia. La domesticazione di cervi e daini iniziò negli anni ’70, e già nel 1994 queste specie potevano considerarsi in via di domesticazione (Mattiello, 1994).

Non è l’analogia genetica tra selvatici e domestici che determina le differenze di comportamento, ma il grado di capacità di apprendimento e di adattamento. L’animale domestico per antonomasia, il cane, ha il 98% del suo DNA identico al progenitore selvatico, ovvero il lupo.
Nell’allevamento di animali selvatici presso strutture apposite (zoo, parchi faunistici) e ancora di più nel loro addestramento (circhi, altri spettacoli fra cui il cinema) l’obiettivo non è tanto creare una nuova specie domestica, ma far leva sulle capacità di adattamento degli animali. L’adattamento, in senso etologico, è collegato con il concetto di intelligenza, perché permette all’animale di sfruttare al meglio le risorse dell’ambiente in cui si trova. I processi di apprendimento rivestono un
ruolo di primaria importanza per l’adattamento degli animali a nuove situazioni (abitudine, imitazione, imprinting, educazione) (Immelmann, 1988).

Infatti ci si dovrebbe chiedere a questo proposito perché animali di origine selvatica possono essere, sono stati e sono tuttora comunemente addestrati, mentre animali storicamente domestici non lo sono mai stati, o quantomeno in forma limitatissima. Qualcuno ha mai visto delle pecore lavorare in un circo? Mucche e maiali sì, ma con performances limitatissime, sicuramente inferiori a quelle di un elefante o una tigre. Alcuni fattori comportamentali tipici di ogni singola specie possono essere considerati favorevoli all’adattamento alla vita con l’uomo, anche ai fini di una eventuale domesticazione (Albright & Arave, 1997): tendenza a vivere in gruppi sociali, con gerarchie e un soggetto leadership; possibilità di assumere imprinting da altre specie; piccoli già sviluppati psicologicamente; breve distanza di fuga dall’uomo; riduzione delle risposte ai cambiamenti ambientali. Con queste premesse, se un animale pur originariamente selvatico, ma attualmente derivato da più generazioni di nascite in cattività, viene posto in un ambiente diverso da quello della sua specie originaria, può adattarsi senza per questo subire automaticamente delle condizioni di stress.

Se poi restiamo in un ambito più di categoria e nazionale, da più di dieci anni ormai i veterinari ufficiali del Servizio Sanitario nazionale effettuano regolarmente controlli sulle condizioni di detenzione, e quindi di benessere, degli animali nei circhi. La stragrande maggioranza di tali controlli non evidenzia irregolarità. Per cui è abbastanza paradossale che proprio la FNOVI oggi, con queste dichiarazioni, in pratica sconfessi l’operato dei suoi stessi iscritti. Come rappresentanti del mondo veterinario, e quindi iscritti ai vari Ordini professionali, esprimiamo inoltre il parere per cui la nostra categoria deve affrontare la tematica dell’impiego di animali nei circhi prettamente, se non esclusivamente, in funzione del benessere degli stessi. Non dobbiamo confondere il benessere animale con la reazione psicologica che alcuni spettatori possono avere di fronte allo spettacolo che impiega animali. Una volta che sia garantito il benessere animale, che è comunque misurabile attenendosi a precisi criteri, la valutazione sullo spettacolo spetta al pubblico. Uno spettacolo è anacronistico quando nessuno va più a vederlo, non perché qualcuno decide che sia tale. Il benessere degli animali presenti nei circhi può e deve essere misurato attraverso la valutazione di parametri metabolici e attraverso l’osservazione degli animali, che deve essere eseguita in maniera oggettiva e con i giusti tempi, per lunghi periodi e nei diversi momenti della giornata. La valutazione non può essere falsata da credo o ideologie personali. Chi effettua tali valutazioni deve
avere le giuste competenze. In animali che hanno alle spalle 10 generazioni di cattività, la relazione e l’interazione con l’uomo risultano essere, oltre che un arricchimento ambientale, anche un legame affettivo. La separazione da questo legame porta a conseguenze gravissime, come si può vedere in numerosi animali sequestrati ai proprietari in buone condizioni di salute e di benessere e portati nei Centri di recupero, dove subiscono un grave crollo fisico e psicologico.

Numerosi sono gli studi compiuti in Italia e nel mondo negli ultimi 30 anni circa. Fra questi, Elizabeth Marshall Thomas, antropologa ed etologa statunitense, considerata fra le autrici più sensibili e attente al mondo degli animali; Marthe Kiley–Worthington, etologo ed esperto di problemi del benessere animale (incaricato alla fine degli anni ’80 proprio dalle associazioni animaliste di condurre uno studio sul campo presso i principali circhi britannici, dopo 3000 ore di osservazione concluse che, in complesso, lo stato di benessere fisico e psicologico degli animali da lui osservati era da considerarsi positivo); prof. Hanner Sagesser (direttore del Parco zoologico di Berna); Thomas Althauss, etologo dell’università di Berna; per arrivare agli studi recenti (in fase di pubblicazione) compiuti dal Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Sassari, che ha
effettuato la valutazione metabolica e comportamentale su 3 canguri, 1 renna, 17 lama, 11 dromedari, 10 leoni, 72 cavalli, 1 bisonte, 2 giraffe, 6 elefanti, 14 bovini, 2 emu, 2 struzzi, 14 tigri, 6 asini e 3 cammelli, presenti in alcuni circhi italiani, evidenziando un buono stato di salute e di benessere di questi animali.

E’ del tutto evidente che se gli animali fossero in uno stato di stress cronico e quindi di malessere, avrebbero come conseguenza una ridotta durata della vita, legata ad un insieme di variazioni metaboliche, una ridotta difesa dalle malattie, un ridotto accrescimento negli animali giovani, un ridotto numero delle nascite. Nei circhi tutto ciò non è stato osservato, anzi il numero degli animali anziani è elevato, così come il numero delle nascite. Spesso tali alterazioni si sono invece notate dopo alcuni sequestri.

I grandi felini si riproducono facilmente in circhi e zoo dagli anni ’70, se non prima. Calcoliamo quindi 40-50 anni. Un leone o una tigre femmina iniziano a riprodursi intorno ai 4 anni, per cui possiamo già considerare 10-12 generazioni di nascite in cattività, con una certa selezione che inevitabilmente è stata effettuata scegliendo di accoppiare soggetti più docili e più disponibili al rapporto con l’uomo. Dieci generazioni sono un numero già sufficiente per individuare i primi
cambiamenti fisici e comportamentali.

Belyaev, scienziato russo, effettuando studi sulla domesticazione delle volpi, stabilì che alla decima generazione nata in cattività il 20% dei soggetti potevano considerarsi domestici. In tempi recenti è stata effettuata la domesticazione di specie quali struzzi, bisonti, cervi, daini e il furetto come animale da compagnia. La domesticazione di cervi e daini iniziò negli anni ’70, e già nel 1994 queste specie potevano considerarsi in via di domesticazione (Mattiello, 1994).

Non è l’analogia genetica tra selvatici e domestici che determina le differenze di comportamento, ma il grado di capacità di apprendimento e di adattamento. L’animale domestico per antonomasia, il cane, ha il 98% del suo DNA identico al progenitore selvatico, ovvero il lupo.
Nell’allevamento di animali selvatici presso strutture apposite (zoo, parchi faunistici) e ancora di più nel loro addestramento (circhi, altri spettacoli fra cui il cinema) l’obiettivo non è tanto creare una nuova specie domestica, ma far leva sulle capacità di adattamento degli animali. L’adattamento, in senso etologico, è collegato con il concetto di intelligenza, perché permette all’animale di sfruttare al meglio le risorse dell’ambiente in cui si trova. I processi di apprendimento rivestono un
ruolo di primaria importanza per l’adattamento degli animali a nuove situazioni (abitudine, imitazione, imprinting, educazione) (Immelmann, 1988).

Infatti ci si dovrebbe chiedere a questo proposito perché animali di origine selvatica possono essere, sono stati e sono tuttora comunemente addestrati, mentre animali storicamente domestici non lo sono mai stati, o quantomeno in forma limitatissima. Qualcuno ha mai visto delle pecore lavorare in un circo? Mucche e maiali sì, ma con performances limitatissime, sicuramente inferiori a quelle di un elefante o una tigre. Alcuni fattori comportamentali tipici di ogni singola specie possono essere considerati favorevoli all’adattamento alla vita con l’uomo, anche ai fini di una eventuale domesticazione (Albright & Arave, 1997): tendenza a vivere in gruppi sociali, con gerarchie e un soggetto leadership; possibilità di assumere imprinting da altre specie; piccoli già sviluppati psicologicamente; breve distanza di fuga dall’uomo; riduzione delle risposte ai cambiamenti ambientali. Con queste premesse, se un animale pur originariamente selvatico, ma attualmente derivato da più generazioni di nascite in cattività, viene posto in un ambiente diverso da quello della sua specie originaria, può adattarsi senza per questo subire automaticamente delle condizioni di stress.

Se poi restiamo in un ambito più di categoria e nazionale, da più di dieci anni ormai i veterinari ufficiali del Servizio Sanitario nazionale effettuano regolarmente controlli sulle condizioni di detenzione, e quindi di benessere, degli animali nei circhi. La stragrande maggioranza di tali controlli non evidenzia irregolarità. Per cui è abbastanza paradossale che proprio la FNOVI oggi, con queste dichiarazioni, in pratica sconfessi l’operato dei suoi stessi iscritti. Come rappresentanti del mondo veterinario, e quindi iscritti ai vari Ordini professionali, esprimiamo inoltre il parere per cui la nostra categoria deve affrontare la tematica dell’impiego di animali nei circhi prettamente, se non esclusivamente, in funzione del benessere degli stessi. Non dobbiamo confondere il benessere animale con la reazione psicologica che alcuni spettatori possono avere di fronte allo spettacolo che impiega animali. Una volta che sia garantito il benessere animale, che è comunque misurabile attenendosi a precisi criteri, la valutazione sullo spettacolo spetta al pubblico. Uno spettacolo è anacronistico quando nessuno va più a vederlo, non perché qualcuno decide che sia tale. LINK


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