Università. Perchè programmare poco deve far riflettere

Intervistato da La Repubblica, Marco Bussetti Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha detto “vorremo anche noi aprire senza numero chiuso” annunciando, per ora un aumento dei posti anche a medicina veterinaria.

Nel 2018 veterinaria è cresciuta del 16% passando da 655 iscritti dell’anno precedente a 759 (104 in più). A questi va aggiunto il proliferare di corsi “simil-veterinari”, che negli ultimi anni sono esplosi.

Stiamo andando verso i 35.000 laureati iscritti all’Ordine (cui vanno sommati i non iscritti), mentre altri stati europei ne dispongono della metà (vedi la Francia con poco più di 18.000 laureati). Abbiamo il massimo numero di facoltà d’Europa: 13 contro le 4-5 di Francia e Germania. La nostra professione è fra le meno retribuite, non raggiunge i 20 mila euro di reddito pro capite annuo. Non esiste una vera e propria carenza di organico nel sistema pubblico (a parte l’età), perché produciamo meno animali da reddito delle principali nazioni UE ed abbiamo anche meno cani e gatti.

L’Italia non manca di veterinari, anzi moltissimi sono costretti a scappare all’estero per vivere.

La politica insegue quanto crea consenso nei propri elettori e certamente il MIUR ha faticato a fermare il proliferare di facoltà di veterinaria, ma un corso di laurea con poche decine di studenti non è facile da mantenere e non prevede una corretta selezione, per la quale sarebbero necessario un numero più contenuto di facoltà, con dimensioni maggiori.

Forse è proprio il “numero chiuso” a illudere, e ad esso vanno aggiunti gli studenti esclusi dall’accesso a medicina umana che deviano a veterinaria.

In tutto questo, probabilmente, la peggiore evoluzione è quella di una crescita costante e progressiva dei numeri, che continua ad illudere gli aspiranti veterinari di entrare in una professione blindata e per pochi.

I fatti sono questi: quando medicina veterinaria non era a numero chiuso permetteva una selezione maggiore e le iscrizioni annuali agli Ordini Professionali erano metà delle attuali.

Angelo Troi




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