Spesa medica italiana in discussione: soluzioni nel settore veterinario

Il nostro Sistema Sanitario Nazionale è tra quelli che garantiscono le maggiori coperture del pianeta.
Siamo in posizione nettamente opposta alla gestione di cui ci giungono notizie dagli Stati Uniti, dove tra i primi interventi del neo-eletto Presidente si parla proprio di ridurre nuovamente i costi della sanità.
La crisi economica dell’ultimo decennio ha spesso sollevato il problema, ma non sono evidenti delle risposte concrete sull’intero sistema. Meritevole il tentativo di creare appalti nazionali per i prodotti sanitari, in modo da razionalizzarne le spese di mercato di una parte del contesto. Assai meno percepito dall’opinione pubblica è il progressivo aumento dei ticket che in molte regioni giunto persino all’ 80% dei costi sanitari riportati dalle aziende sanitarie (persino per i bambini!).

Veterinari all'operaIl capitolo della sanità che riguarda la nostra categoria è quello della medicina veterinaria.
Dobbiamo sempre ricordare che la veterinaria pubblica riguardava soprattutto la gestione degli animali indispensabili per nutrire e mantenere la popolazione umana. Quella veterinaria sarebbe necessariamente ridotta da un sistema produttivo nazionale fortemente contratto negli ultimi 25 anni (fino all’80%). In parte si è ampliata per una maggiore sensibilità nei confronti degli animali da compagnia. La pietra miliare può essere attribuita al fenomeno “randagismo” nel quale l’Italia è sicuramente un Paese eccellente (quanto a numeri): l’ultimo rapporto Eurispes ci dice che l’animale da compagnia “il 22,1% lo ha preso in un canile (e simili), il 30,4% ha adottato un animale abbandonato”.

Buona notizia? Dipende da che lato la vogliamo guardare. Forte sensibilità di chi adotta, ma per il 52,5% non esiste alcuna fattura di acquisto (fatti salvo le più o meno “libere” donazioni richieste o pretese). Inoltre si cerca spesso di aiutare l’adozione con contributi pubblici a chi svuota i canili.
Tanto di cappello ai cittadini pieni di buona volontà, tuttavia il problema non si è affatto ridotto, anzi è cresciuto, con ulteriore incremento di spesa pubblica, in particolare a carico di municipi e sanità. Fenomeno squisitamente sud-europeo.

Senza arrivare agli “estremismi” USA, sarebbe corretto spiegare ai cittadini che la sanità degli animali da compagnia richiede una certa consapevolezza.
Fondi pubblici significa in sostanza tasse a 360°, versate anche da chi non possiede alcun pet!

Parrebbe non difficile da comprendere che in tale contesto la remunerazione (stipendio mensile) è scollegata dal costo delle prestazioni erogate; vale a dire che un reddito sostenibile non dipende da quanto si incassa a fine mese, dal prezzo applicato o dalle spese emesse per operare, ma principalmente dal contratto stipulato con il Sistema Sanitario. Non è dunque un servizio pagato “da nessuno” e non è corretto un confronto con la libera professione, i cui costi sono diretti. Non è nemmeno paragonabile con lo sfruttamento di false partite IVA.
Colpisce anche il confronto dei numeri.

Abbiamo circa 5.300 veterinari del SSN e altri 1.500 Veterinari Specialisti, assunti a livello regionale. Sommiamo a questi i veterinari regionali in senso stretto delle nostre 20 Regioni, altri nei Ministeri e in tutti gli organismi pubblici periferici.

Questo è il dato ufficiale della Francia, nazione con un territorio quasi doppio del nostro (547.000 km/quadrati contro 301.000), un numero di animali allevati decisamente superiore con -per entrambe– circa 60 milioni di abitanti.

Atlas démographique scaricabile da www.veterinaire.fr

Per il Sindacato Veterinari L.P. il problema dei costi della sanità e dei redditi di categoria può essere affrontato anche cercando progressivamente di trasformare la Veterinaria, separando il pubblico (controllore) dal privato (controllato) e arrivando a chiarire la posizione dei Comuni, nei quali i Sindaci, “responsabili” del randagismo, finiscono per avere scarsa possibilità decisionale.

Angelo Troi – Segretario SIVeLP

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