RIDUZIONE DEGLI ALLEVAMENTI, UN GATTO CHE SI MORDE LA CODA!

Secondo la FAO occorrerà aumentare la produzione alimentare tra il 50 ed il 70% per nutrire tutta la popolazione del 2050.

L’affermare che già oggi produciamo abbastanza per nutrire i 7,5 miliardi di persone e che quindi un’adeguata distribuzione delle risorse alimentari risolverebbe il problema è un ragionamento che non ha fondamento pratico. Inoltre è ormai evidente che la riduzione della crescita demografica avrebbe tempi molto maggiori dei 30 anni a nostra disposizione e la vagheggiata distribuzione migliore del cibo, ma soprattutto il farlo con continuità avrebbe effetti perversi. I paesi stabilmente importatori di derrate alimentari, infatti, normalmente hanno anche scarse risorse e quindi i paesi esportatori devono limitare i prezzi di cessione se vogliono vendere le loro scorte nell’anno, solo che vi un limite invalicabile che è quello di impedire, praticando prezzi troppo bassi, la produzione interna dei paesi importatori; addirittura la donazione, se non rimane solo episodica, potrebbe causerebbe disastri.
Per contro, non dimentichiamo che il mercato internazionale di derrate come grano, mais e riso si basa su delle scorte ridotte e rifatte di anno in anno; queste, che non vanno mai oltre il 10/20% dei volumi prodotti, sono soggette a speculazioni di mercato (utopistico pensare di eliminarle), pertanto una variazione anche minima dei livelli delle scorte fa balzare i prezzi e mette fuori mercato molti paesi particolarmente poveri.
Come fare a produrre di più e meglio? 
Due sarebbero le strade: coltivare più terra oppure produrre di più sulla stessa o al limite solo un po’ più estesa superficie. La prima strada ci è preclusa perché la deforestazione non è praticabile e comunque sarebbe annullata dall’incremento dell’urbanizzazione (si stimano, secondo Christian Lévêque, 60/70.000 ha all’anno di perdite). Ci resta la seconda via, ma con delle limitazioni già prevedibili come i consumi di acqua praticamente non aumentabili, anzi da diminuire, e l’avanzare degli effetti del tanto annunciato riscaldamento climatico proprio laddove vi è già carenza di cibo autoprodotto (pensiamo, per restare vicino a noi, alla situazione della sponda sud del Mediterraneo). Da tutto ciò si deduce che i paesi produttori di derrate devono aumentare man mano le loro produzioni, solo che se si addiviene alla decisione di bandire i concimi chimici e non proteggere i raccolti assisteremo non all’aumento delle produzioni ma ad una diminuzione. L’esempio sperimentale lo abbiamo già: la produzione di grano in agricoltura integrata è il doppio della stessa in agricoltura biologica, appunto per insufficiente alimentazione e protezione, cioè esattamente lo scenario prefigurato prima. Non solo, ma se non restituiamo al terreno gli elementi nutritivi che asportiamo con i raccolti e di cui una buona parte finisce in fondo al mare la fertilità media cala e di conseguenza anche le produzioni. È vero che abbiamo piante che riciclano l’azoto, cioè le leguminose, ma queste nulla fanno per reintegrare fosforo, potassio, calcio, magnesio, zolfo ed altri oligoelementi. Per questi l’unica fonte è il riciclo delle deiezioni animali sorretta dall’apporto esterno (le deiezioni degli allevamenti stabulati sono ammassabili, ma non certo quello delle deiezioni umane o degli animali pascolanti) o, in mancanza, con la produzione di compost da biomasse. Se poi avanza, come molti auspicano una diminuzione drastica dei consumi di carne per optare su prodotti simil-carne di origine vegetale la disponibilità per il riciclo degli elementi nutritivi peggiora ulteriormente. Dato, pertanto, che di letame e di compost ve ne sarebbe a malapena a sufficienza per la produzione di frutta e verdura e non certo per le coltivazioni di grande coltura, siamo obbligati a usare concimi di sintesi e per la protezione dei raccolti da parassiti e da erbe infestanti dei mezzi che non possono essere più quelli della distruzione manuale dei parassiti animali e delle infestanti. Alcuni dicono che sarebbe possibile, solo che hanno dimenticato che durante la guerra quando i concimi mancavano e la manodopera pure, le scarse produzioni registrate hanno messo alla fame intere popolazioni. Si è visto sopra che quindi non si può sfuggire all’intensificazione dell’agricoltura, solo che abbiamo preso coscienza che occorre farla meglio, cioè riducendo al minimo possibile l’impatto ambientale dell’intensificazione praticata fino ad ora. È il compito dell’agricoltura “ecologicamente intensiva” o ad alto valore ambientale tramite la diminuzione negli usi dei concimi e fitofarmaci senza abbattere la produttività. In altri termini un’agricoltura che consuma meno acqua e intrant, che presta molta più attenzione alla fertilità del terreno, migliora le piante in modo più facile usando le NTB e adattandole meglio alle condizioni locali. Il produrre meglio e di più si può realizzare dunque solo se disponiamo di concimi di sintesi e di allevamenti che ci forniscono letame e compost per mantenere un tasso di sostanza organica consono.
Ma gli allevamenti animali sono contestati?
La contestazione ha motivazioni diverse, sanitarie, ambientali, ideologiche, animaliste e sono accompagnate da movimenti che vorrebbero far cambiare il modo di alimentarsi dell’umanità, come il vegetariano (niente carne), il vegetaliano (nessun alimento di origine animale) o il veganismo (nessun prodotto di origine animale). Il flexitariano invece sarebbe un modello che media perché ci dice di limitare il consumo di prodotti animali, per giunta la scelta implicherebbe anche una dieta più salutare. Purtroppo avanzano altre ideologie, quali l’antispecismo che mette sullo stesso piano l’uomo e l’animale e di conseguenza ne impedisce qualsiasi sfruttamento, e se farà adepti il considerare i vegetali esseri senzienti vi saranno problemi anche per il consumo di vegetali! Addirittura un rapporto recente (Willet et al. 2019 The Lancet) spinge per l’adozione di un regime alimentare mondiale a loro dire ottimale, ma che, a mio avviso, è un prodromo del venir meno della libertà individuale. Infatti, prefigura: 2500 kcal giornaliere per tutti quelli che ne consumano di più, una riduzione del 50% degli sprechi alimentari come anche dei consumi di carne rossa. Qui si evince che si consiglia di optare su carne di animali monogastrici (suini e pollame). Tuttavia ci si guarda bene dal sottolineare che sono diretti concorrenti dell’uomo in fatto di derrate, cioè alla stregua dei biocarburanti, mentre le carni rosse sono prodotte da erbivori e da ruminanti che si nutrono di vegetali che l’uomo non può digerire. Inoltre non dimentichiamo l’importanza del latte come alimento che ha un rapporto, tra il litro di latte prodotto e emissione di metano (un GES), più favorevole negli allevamenti intensivi stabulati che in quelli estensivi e pascolanti. In conclusione se seguissimo i dettami prima tracciati si tratterebbe di dividere per due l’allevamento animale attuale e puntare sulle carni bianche, ma con la conseguenza di dimezzare la produzione di concimi organici. Pertanto il tanto agognato passaggio alla generalizzazione dell’agricoltura con metodi biologici, che ribadiamo si ancora obbligatoriamente a sufficiente produzione di concimi non di sintesi, tra l’altro prodotti in ambito locale perché il trasporto sarebbe ecologicamente insopportabile, diventerebbe impossibile. L’allevamento intensivo diventa dunque una doppia necessità.
Da una parte, però, l’allevamento intensivo fuori suolo (maiali e polli) entra in concorrenza con l’uomo nel consumo di derrate alimentari, mentre dall’altra l’allevamento estensivo pascolante (vacche e pecore) valorizzerebbe alimenti non umani, ma non produrrebbe (o molto meno) letame e assimilati a sufficienza. Diviene dunque paradossale la constatazione che il modo intensivo di allevamento è obbligato (benchè sia tanto vituperato), primo perché la domanda di carne, latte e uova crescerà al crescere della popolazione e secondo perché in questo modo produciamo abbastanza sostanza organica per mantenere la fertilità dei suoli. Inoltre allevamento intensivo dovrà essere equamente distribuito in modo che l’approvvigionamento alimentare ed il letame prodotto percorra meno strada possibile o al limite sia accessibile. Ad esempio non dimentichiamo che più della metà del fosforo ed altri alimenti minerali ingeriti sono escreti e quindi se essi non fossero raccolti, prima di essere persi, svolgerebbero la loro azione inquinante ed inoltre verrebbero a mancare come necessaria dotazione dei terreni agricoli. Siamo dunque arrivati a ribadire il paradosso che gli allevamenti intensivi di polli e maiali e bovini sono indispensabili. Però come la mettiamo che il protocollo del biologico non vuole usare le deiezioni animali che provengono da allevamenti intensivi?  Conclusioni 
Dalle analisi fatte e dai dati di partenza si può desumere che: vi saranno 2/2,5 miliardi in più da nutrire e nel contempo coloro che fino ad ora ne sono stati esclusi vorranno accedere ad alimenti più nutrienti; che il modo di fare agricoltura dovrà divenire sempre più compatibile ambientalmente;  che comunque la fertilizzazione chimica dei terreni dovrà rimanere in quanto la fertilizzazione organica sarà insufficiente. che la produzione deve essere protetta per poterla raccogliere. Di fronte a questo scenario dunque mi sembra di poter concludere che solo con un allevamento animale adeguato ai bisogni si potrà mantenere e migliorare la fertilità dei suoli coltivabili e preservare adeguatamente ed a lungo termine il pianeta e nel contempo assicurare la sopravvivenza della popolazione mondiale.

(Dr. ALBERTO GUIDORZI agrariansciences.blogspot.com)


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