REPORT e sicurezza veterinaria

REPORT (RAI) si è occupato nella puntata del 26/04/2015 di sicurezza alimentare, allevamenti zootecnici, uso di farmaci e sostanze illecite.

L’inchiesta ha insistito sulla figura di un veterinario dell’ASL, che ha recentemente patteggiato 2 anni con la condizionale (fonte: Corriere.it), ammettendo di aver ricevuto tangenti. Per singolare coincidenza, pochi giorni fa si è tenuto un convegno presso il Ministero della Sanità, per sfatare i falsi miti scientifici che riguardano la salute, in cui è intervenuto il presidente Fnovi (G. Penocchio dell’IZS Lombardia), che ha fatto riferimento proprio al PNR (Piano Nazionale Residui) di cui tratta REPORT (leggi).

Al di la degli slogan, non è certo saggio accusare chi ha portato alla luce il problema, invece che dedicare qualche riflessione al perché non si riesce a risolverlo. Stavolta siamo al nord; non vi è nemmeno l’alibi della criminalità o dello scarso controllo del territorio, che a volte viene invocato per altre questioni “secolari”, come l’eradicazione di malattie infettive (brucellosi, TBC, lingua blu…), o per il costosissimo randagismo.

Il servizio dimostra che il sistema non è perfetto come lo si vorrebbe dipingere. Denuncia che sono possibili aree grigie non occasionali, ma consolidate, e da questo dovremmo trarre qualche spunto, specie in ragione del notevole numero di veterinari pubblici dell’Italia e di tre aree (A-B-C) di competenza nel SSN, di una rete di Istituti Zooprofilattici ed altre strutture di supporto scientifico.  Proviamo a parlarne serenamente, senza fare di ogni erba un fascio ma nel contempo senza nasconderci le criticità.

Abbiamo assistito a molte denunce ai mass media di veterinari pubblici aggrediti e minacciati, ma all’opposto la stabilità del posto fisso non azzera il rischio di forti pressioni su soggetti controllati, pressioni di cui si conoscono spesso perfettamente gli autori senza che questi siano messi in discussione. I casi di persone, anche colleghi liberi professionisti, che si trovano in situazioni di inferiorità e difficoltà di fronte a prevaricazioni non sono rari e non esistono metodi efficaci di difesa perché il sistema pubblico non si è mai auto-regolamentato in questo senso. Nulla o quasi mette al riparo da chi non esercita funzioni in modo corretto, nemmeno lo spostamento di sede (che pure trasferisce il problema e non lo esclude), per quanto attiene alla veterinaria.

Del resto SIVELP è l’unica voce che esprime qualche perplessità, concessa non da volontà iconoclasta, ma dal dato di fatto di non avere al proprio interno alcuna sigla pubblica, situazione comune a tutte le altre rappresentanze. Anche il sistema produttivo, pur svantaggiato nella competitività dai pesanti diritti sanitari che deve regolarmente anticipare per i controlli, parrebbe non aver colto l’occasione di chiedere un sostanziale mutamento, tale da dare maggior credibilità al Made in Italy di quanto non facciano convegni e tavole rotonde, spesso, purtroppo smentiti dalle cronache giudiziarie. Evidentemente qualcuno pensa che il marketig possa sopperire alle garanzie intrinseche, oppure inquadra semplicemente simili inchieste giornalistiche in filoni scandalistici accomunati dal pregiudizio nei confronti delle produzioni agro-zootecniche.

Report non lo dice, ma dobbiamo anche chiederci da dove vengono i farmaci usati. Perché un veterinario onesto deve produrre 7 pezze giustificative per ordinare dei vaccini per gatti (4 copie di ricetta, 1 fax per anticiparla, 1 documento di trasporto, 1 fattura) e poi le sostanze illecite girano “tranquillamente”? Siamo al paradosso ben noto della burocrazia: complicare per non controllare. Chi è impegnato a verificare sigle, date e correttezza di ricette per gatti non può certo essere nel contempo negli allevamenti a cercare sostanze illecite (salvo miracoli quali il dono dell’ubiquità). Chi ha il compito d’istituto di verificare i formalismi dei registri non avrà certo modo di indagare su quello che evidentemente nessuno scriverà mai in quei registri! Eppure basterebbe raccogliere il documenti di trasporto dei farmaci venduti in una banca dati e si avrebbe già la tracciabilità della maggior parte dei farmaci, così da potersi concentrare sulle vere anomalie.

Si potrebbero anche integrare le informazioni -pur solamente indicative- di analisi diverse da quelle codificate nei piani residui per avere indizi utili, anziché ostracizzarle insieme a chi le propone e ancora valutare deviazioni dei flussi di macellazione non spiegabili con evidenti logiche di mercato o frequenze anomale di visite per l’invio al macello ad opera di chi ha il potere concreto, diretto o indiretto, di modificare la destinazione delle carni.

Sarebbe utile rimuovere il conflitto di interessi tra controllore/controllato (prestanome compresi), essendo evidente che questa situazione rende più facili le astuzie; affidare l’operatività a liberi professionisti sui quali il potere ispettivo sia reale, piuttosto che concederla a chi ha accesso a identiche informazioni sui controlli e sui database.

Controllo deontologico? Facile e sbandierato se si tratta di liberi professionisti, ma apparentemente molto meno cogente per altre figure, come ha già  rilevato qualcuno (articolo). Una dimenticanza? Forse, ma i provvedimenti parrebbero più severi e frequenti per i liberi professionisti che sbagliano (involontariamente) in  procedure che attengono ad animali da compagnia e non mettono a repentaglio la salute pubblica. Nessuna giustificazione, anche perché i primi “crucifige” partono spesso dall’interno della categoria, oltre che da pressioni dell’opinione pubblica, ma semplice rilievo di una certa asimmetria, forse del tutto causale o limitata a qualche situazione particolare. Fatto sta che il libero professionista ha spesso come conseguenza l’impossibilità di lavorare, nessuno lo reintegra, risponde in sua vece dei danni presenti e passati, e men che meno gli mantiene il posto di lavoro e gli garantisce la pensione…

Qualche libero professionista ha telefonato a SIVeLP dicendo di sentirsi infangato da situazioni tanto gravi come quelle evidenziate dalla trasmissione; esse sembrano vanificare gli sforzi di chi (dipendente statale e privato) lavora con attenzione per la salute pubblica e la sicurezza alimentare. Di certo l’opinione pubblica non ha percezione così concreta  di “malasanità” per chi mette a serio rischio la salute collettiva, non distingue tra pubblico e privato, ma è la veterinaria per prima che chiude gli occhi, spesso finendo per favorire il gioco all’oblio che penalizza piccoli casi occasionali e personali piuttosto che gravi, strutturati ed onerosi problemi di un Paese che guarda EXPO, sperando di nutrire il pianeta.

Angelo Troi – SIVeLP


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