Quote latte, maxi truffa

Quote latte, stop archiviazione. Il gip: «I dati sono stati alterati»

«Questa è una maxitruffa, che può valere in tutto anche 50 miliardi: com’è possibile basare un sistema nazionale sull’assunto che le mucche fanno latte fino a 999 mesi di vita, come ha voluto fare Agea per conto dello Stato e delle Regioni? Lo scriva: solo in maggio nel Vicentino hanno chiuso 8 allevamenti. Non piccoli, non in zona montana o svantaggiata: hanno dovuto chiudere facendo perdere anche tutto l’indotto. E questo nonostante sia ormai chiaro che siamo un Paese che non produce a questo punto nemmeno il 40% del proprio fabbisogno di latte. Questo è quello che hanno combinato. Ma adesso la Procura di Roma scaverà a fondo con i carabinieri dei Ros. E per la prima volta dico “brava” a un giudice, il gip Paola Di Nicola di Roma. Finalmente si vuole far luce». Non sta nella pelle Eugenio Rigodanzo, l’allevatore vicentino che da sempre si batte contro le multe dovute al regime delle “quote latte”. All’inizio, una ventina di anni fa, erano un esercito gli allevatori insorti. Ora sono rimasti in pochi a battere la via giudiziaria per dimostrare che sono multe ingiuste: «Lo scriva – scatta ancora Rigodanzo – che in tutti questi anni c’è stato un giro di compravendita di quote latte per “mettersi in regola”, gestito dagli uffici delle categorie economiche, di 1,5 miliardi: si poteva spenderli per il benessere animale, per creare lavoro, per rinnovare attrezzi. E intanto in 20 anni hanno chiuso 80mila aziende. È danno enorme».

IL DECRETO. Non sta nella pelle, Rigodanzo, perché c’è un giudice che ha deciso di non mandare tutto in soffitta. Il gip Paola Di Nicola, infatti, a metà maggio ha decretato di “non accogliere la richiesta di archiviazione” che le era stata presentata dal pm Attilio Pisani. La giudice Di Nicola infatti è partita da capo e ha ricostruito tutta la vicenda. In sintesi, l’Ue dal 1984 al 2015 stabilisce un regime di “quote di produzione di latte” per ciascun Paese in modo da riconoscere un prezzo stabile: chi sfora la sua quota, paga (è il “prelievo supplementare”). Come si stabilisce la quota italiana, poi suddivisa per ciascun allevatore? In base al numero di mucche registrate all’anagrafe bovina. L’azienda che ritira il latte dai vari produttori registra i dati del latte raccolto e li invia alla banca dati Sian gestita da Agea, l’agenzia per i pagamenti del Ministero dell’agricoltura: tutto si basa su “autodichiarazioni”. Hai prodotto troppo? Ti multo. Ma questo dovrebbe valere, scrive il gip Di Nicola, «solo se l’intera quota nazionale supera la quota assegnata all’Italia. Se il quantitativo complessivo avesse nel corso degli anni superato la quota nazionale in base a dati non rispondenti al vero, le conseguenze sarebbero deflagranti perché le sanzioni pagate dall’Italia all’Ue» e le multe agli allevatori «potrebbero essere non dovuti».

LA DENUNCIA DELLE AZIENDE. Come si fa a controllare? Qui viene la svolta, perché un dato certo c’è: l’anagrafe nazionale dei bovini custodita all’Izs-Istituto zooprofilattico di Teramo. E le cifre là archiviate permettono, è questo che hanno portato alla luce gli allevatori che denunciano, di individuare anche quante di queste mucche sono da latte e per quale periodo possono produrre latte (una mucca non lo produce sempre). Ebbene, risulta che la vera quantità di latte prodotto in Italia è minore di quella denunciata negli anni. Per il gruppo di aziende che chiede giustizia (sono seguite dagli studi legali Tapparo di Udine e Nodari di Brescia) c’è un dato eclatante che è emerso dalla famosa relazione dei carabinieri del Ministero dell’agricoltura fatta ancora nel 2010. A un certo punto l’agenzia Agea infatti, quando si è accorta che i conti non tornavano, ha deciso di cambiare un dato: far figurare che ogni mucca registrata all’anagrafe può far latte non più fino a 10 anni di età ma fino a 999 mesi, circa 80 anni. La difesa di Agea è che comunque al massimo il dato sposta del 5% il totale, ma per i carabinieri è una modifica «talmente significativa da mettere in discussione lo stesso splafonamento dello Stato italiano» e quindi tutte le multe, dal 1995 in poi. I carabinieri furono attaccati dal Ministero: altri carabinieri (Nucleo Antifrodi) fecero marcia indietro chiedendo ulteriori approfondimenti, che però non ci furono.

LA DECISIONE. Per il gip De Nicola invece le accuse di allora contro i carabinieri «non sono state sostenute da dati oggettivi», e non è possibile che quella modifica dei calcoli sia “un mero artificio contabile” e che influisca solo per il 5-7% sulle quote latte. «È del tutto illogico ritenere che cambiando un dato essenziale come quello dell’età delle vacche – capaci di produrre latte solo entro un termine e successivamente al parto – ciò non produca conseguenze sul quantitativo finale e complessivo della produzione del Paese», scrive il gip. Invece si è fatta quella modifica e «nessun dirigente, funzionario, tecnico di Agea e Izs si è preoccupato di informare il Ministero». Non solo: i controlli sulle reali produzioni spettavano alle Regioni, ma non sono stati fatti e gli allevatori veneti denunciano invece che dalle regioni del Sud sono emersi dati enormi di denunce di “furti di bestiame” (tradotto: il latte risulta prodotto, poi però le mucche sono state… rubate). Il gip De Nicola sa che dopo tutti questi anni c’è un enorme rischio di prescrizione. Quindi ha ordinato al pm Pisani di individuare, in 4 mesi di tempo, se negli anni più vicini, il 2012-2015, quel criterio dei “999 mesi” ha alterato il dato del latte prodotto in Italia e le multe, quali siano le Regioni che non hanno fatto i controlli e “chi, come, dove e quando” ha modificato i metodi di calcoli di Agea e Izs e ha poi usato i dati: si deve «accertare se l’utilizzo fu mirato alla creazione di un atto falso».

Piero Erle (IL GIORNALE DI VICENZA)

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