“Nutrire il pianeta”: non solo propaganda con l’agro-zootecnia

“Sfamare il pianeta”, il tema di EXPO2015, è di valore elevato e le soluzioni agro-zootecniche sono concrete.

Per sfamare il pianeta occorre produrre cibo. Questo scontato assioma si scontra con l’evidenza che gli alimenti prodotti nel mondo sarebbero sufficienti per tutti, ma la distribuzione non è equa. Dire che i Paesi ricchi possono sfamare quelli poveri è probabilmente una ricetta troppo semplicistica. Spostare la risorsa alimentare significa impiegare energia e mezzi e non si può prescindere dalla conservazione degli alimenti, se essi non sono consumati subito. Spostare e conservare diventa in molti casi più oneroso delle stesse “materie prime” e quindi, anche dimenticando per un momento le difficoltà socio-politiche e strutturali delle aree in cui si dovrebbero importare, non è una via percorribile.
Il processo evolutivo che ha indirizzato alcune parti del mondo al surplus alimentare è stato progressivo e continuo (anche se in determinati casi le tecnologie hanno accelerato molto lo sviluppo). Non è dunque fuori luogo, probabilmente, supporre che si possa sconfiggere la fame nelle aree più depresse solamente attraverso un percorso di economia agricola di sussistenza, quantomeno come approccio all’autosufficienza. Questo comporta la necessità di superare tutte le difficoltà ambientali che oggi rendono impossibile l’agricoltura in aree difficili, in modo che l’energia per produrre non dipenda per forza da quella per conservare e spostare il prodotto.

Non si può piantare rucola nelle aree sub-tropicali e anche se riuscissimo a farla crescere avremmo un prodotto deperito il giorno seguente, a causa delle condizioni climatiche e biologiche.

Leucaena_leucocephalaAnche se si pensa sempre alla scienza come un sistema concentrato sulla massimizzazione del prodotto, ci sono da anni progetti e ricerche che cercano di ottenere specie adatte ad ambienti estremi ed economie di sussistenza. Si studiano varietà di piante, animali e supporti tecnici in grado di fornire delle risposte a problemi che non riguardano più la ricerca avanzata; una specie di sguardo all’indietro, più difficile di quanto si pensi.
Gli studi si sono concentrati sulle piante e gli animali più resistenti ed efficienti. Un esempio è quello di Leucaena Leucocephala pianta arbustiva appartenente alla famiglia delle Leguminose (Fabacee). Sono state selezionate le varietà a ridottissimo contenuto di una tossina che la pianta contiene naturalmente, rendendola inadatta al consumo alimentare (la mimosina). Quindi è stata proposta quale fissatrice di azoto, anti-erosione di suoli instabili, foraggio. Originaria del Messico, si adatta perfettamente a climi sub-tropicali fino a 2500 metri s.l.m.; tuttavia è soggetta all’infestazione da parte di insetti specializzati. Leucaena può essere utilizzata per alimentare ruminanti (non è adatta al consumo), ricavando nutrimento da terreni in cui altrimenti non crescerebbe pressoché nulla di commestibile.
In campo zootecnico sono state studiate varietà di bovini che producano latte in quantità appena superiori alla necessità del vitello, in modo ad fornire nutrimento ai bambini. Non è infatti applicabile l’allevamento di specie ad alta produzione in ambienti difficili. La varietà Carora, che deve il suo nome ad una città venezuelana, è particolarmente rustica, resistente alle malattie infettive ed infestive, capace di sopportare stress termici critici per i bovini; una sorta di Grigia Alpina dei tropici. Molti progetti in varie università del mondo cercano di selezionare le migliori caratteristiche per un rapporto favorevole tra necessità dell’animale, capacità produttiva e di sopravvivenza.
I vegetali rappresentano elementi fondamentali nella catena alimentare perché fissano attraverso il processo fotosintetico il carbonio atmosferico in catene carboniose, veri e propri mattoni per la vita.
I ruminanti utilizzano la fibra grezza della pianta, quasi inattaccabile dai monogastrici, fornendo proteine nobili, in particolare latte e carne.
Sotto il profilo delle tecnologie di produzione, un fattore positivo deriva dalla scadenza dei brevetti di molti principi attivi veterinari e fitosanitari, che quindi diventano accessibili anche per molti contesti in cui rappresentavano un costo troppo elevato. Proprio le aree tropicali, dotate di una grandissima ricchezza in biodiversità, sono altrettanto opulente in organismi patogeni e parassiti che possono rappresentare rischi concreti per la salubrità delle produzioni e la sicurezza sanitaria dei consumatori.

Le conoscenze agro-zootecniche sono strategiche. Non a caso la storia ci insegna che i grandi dittatori hanno sempre promosso (accanto agli eserciti ed agli armamenti) anche i comparti agricoli, consapevoli che un popolo affamato è un popolo pericoloso per il potere costituito: ne è un esempio la Cina con il maiale di Mao. L’allevamento del suino non era finalizzato solo a soddisfare bisogni alimentari, ma anche ad utilizzare le deiezioni come concime, consapevoli delle continue necessità di fertilizzate che ha il suolo per rimanere produttivo. Tuttavia la carne di maiale non si adatta a tutti i climi, essenzialmente per motivi sanitari. Per questo – come spesso è accaduto nella storia – i grandi libri delle religioni inserivano precetti di costume o di igiene accanto a comandamenti religiosi ed il maiale nelle aree più calde, rientra tra le carni “impure”. Il bovino invece ha il vantaggio di produrre latte fresco tutti i giorni e questo rappresenta un altro grande aiuto in aree prive di sistemi evoluti di conservazione degli alimenti.

La ricerca agro-zootecnica può dunque dare risposte concrete al bisogno di nutrire il pianeta ed il ruolo del veterinario è ancora fondamentale. Restano da superare barriere ed ostacoli socio-politici, non di rado dettati da convenienze congiunturali-economiche, il cui abbattimento si comincia a delineare quale risposta adeguata alle migrazioni di massa dei popoli. Il fenomeno, evidentemente sottovalutato finché non è diventato drammaticamente “IMBY” (In My Back Yard – nel mio cortile dietro casa), dovrebbe portare a nuovi sforzi per sfamare davvero il pianeta, dietro la spinta di pressioni sociali finora sconosciute.

Angelo Troi – SIVeLP
Medico veterinario, dr. in scienze e tecnologie per l”ambiente e la natura


Scrivi un commento