Il Ministero della Salute rende noti i dati sui medici veterinari del SSN

Il Ministero della Salute ha pubblicato i dati relativi al personale del SSN. Tra le varie figure è presente anche il medico veterinario, il cui numero di dipendenti è in calo (in realtà proliferano assunzioni in altri contesti, quali gli “specialisti ambulatoriali” o contratti temporanei… ).
I veterinari riportati in MINSAL personale ASL2013 sono 4219 uomini e 874 donne.
In pratica negli ultimi 5 anni contiamo 283 unità in meno.
Possiamo proporre alcune osservazioni. In primo luogo notiamo totali decisamente maggiori di quelli di Francia e Germania che, con sistemi produttivi zootecnici decisamente maggiori, hanno circa un quinto di veterinari pubblici.
Andrebbe anche valutato in questo contesto l’ammontare dei laureati in veterinaria, perché il MIUR si orienta con quanto richiesto da ciascuna regione. Negli ultimi due anni si sono iscritti all’ENPAV circa (vedi immagine n°4) 1300 veterinari all’anno e l’iscrizione all’Ente pensionistico rappresenta Colleghi che si affacciano in qualche modo sul mondo del lavoro; non tutti i DVM laureati.
Se in un quinquennio la sanità pubblica ha “perso” 283 veterinari, dove troveranno lavoro i nuovi 6500 che possiamo stimare negli stessi anni?
Stiamo andando verso i 36.000 dottori, il doppio di una Francia dal patrimonio zootecnico decisamente maggiore.
Questo non aiuta i redditi dei liberi professionisti. Dovremmo aspettarci anche delle possibili future forme di concorrenza delle numerose figure parallele alla veterinaria, i cui numeri non sono discussi (es. tecnici, infermieri, assistenti…).
Ovviamente abbiamo un totale di facoltà maggiore del resto d’Europa e questo dovrebbe rappresentare un contesto nel quale riflettere, perché il veterinario necessita di una preparazione pratica simile ai medici ma gli ospedali sono già una realtà del sistema sanitario, mentre analoghe strutture per animali potrebbero rappresentare concreti esempi di spesa pubblica.
Se l’Italia non mantiene una classe di professione intermedia dipende senza dubbio da una programmazione incoerente.
La logica vorrebbe che la riduzione e l’accentramento della zootecnia, insieme al superamento degli spazi di mercato degli animali familiari, non ammettano nuovi spazi occupazionali.
Resta da valutare se è veramente strategico per una nazione formare a proprie spese “dottori da esportare”,
se ciò non è una vera e propria libera scelta ma una necessità legata a certi titoli di studio.


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