I veterinari italiani oggi, fra precarietà e spesa pubblica

Per Sivelp necessario un accorpamento delle facoltà italiane di veterinaria.

 

Giù con un salto dalla sua jeep, un uomo con scarponi da montagna salva uno stambecco intrappolato e poi, soddisfatto di sé e del suo lavoro, sorseggia un amaro che lo scalda, amplifica la sua soddisfazione e lo prepara alla prossima impresa.

Grazie a un noto spot pubblicitario Anni 80 è questa l’immagine che ci viene in mente quando pensiamo al veterinario. Oppure, ai più miti, viene in mente il medico del cane o del gatto di casa. Peccato che fra quello spot e noi oggi, c’è stata la crisi, il mondo è cambiato e l’avventuroso veterinario ha l’aria molto meno soddisfatta. E probabilmente ha anche dovuto vendere la jeep.

Oggi in Italia ci sono 33.000 veterinari, contro i 18.000 della Francia, che però ha circa il triplo dei bovini da allevamento rispetto a noi (19 milioni di esemplari la Francia contro i nostri 6 milioni), e una popolazione di animali domestici difficile da valutare con precisione, ma che si stima superiore alla nostra. Questo perché l’Italia ha 13 facoltà di veterinaria contro le 4 francesi.

Un rapporto fra domanda e offerta assai sbilanciato, che produce come prima conseguenza un esercito di liberi professionisti per necessità, almeno 20.000, precari, senza nessuna tutela né stabilità, con un reddito professionale medio che è fra i più bassi in Italia, di circa 15.000 euro all’anno se si guardano i dati Enpav, l’Ente di previdenza di categoria, e condivisi dal Mef, che però non tiene conto dei professionisti con regime diverso dall’ordinario, quindi ne conta solo 11.000. “Un sistema già esploso – commenta Angelo Troi, segretario nazionale di Sivelp che da un lato ha portato a condizioni insostenibili per i liberi professionisti, non solo per i più giovani, e dall’altro pesa sulle tasche di tutti i cittadini. Perché l’altra faccia della medaglia, la veterinaria pubblica, grava in particolare sull’assistenza sociale: costituisce infatti oltre il 22% della spesa sanitaria per livelli di assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro. Il mercato della medicina veterinaria italiana non riesce ad assorbire tutti i professionisti che annualmente escono dalle università, circa 1.100, e che si trasformano quindi sempre più spesso in precari sottopagati, oppure emigrano in altri Paesi affidandosi alla sorte. Si aggiunga che sono nati in questi anni in molte università italiane corsi di laurea triennali che non consentono l’iscrizione all’albo e a cui non corrisponde una richiesta specifica concreta nel mondo del lavoro. Un accorpamento delle facoltà di veterinaria potrebbe essere un intervento opportuno per riordinare un settore che produce alti costi per la collettività e continua a immettere sul mercato disoccupati e precari. E servirebbe anche per avere facoltà più forti nella formazione e nella ricerca come succede nel resto d’Europa”.


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